Molte persone che vivono all’estero da anni raccontano di sentirsi un po’ impacciati quando parlano la loro lingua madre: le parole sfuggono, la grammatica sembra un po’ appannata o, addirittura, capita di leggere un messaggio e scoprire che una parola risulta sconosciuta fino a farli sentire stranieri alla propria lingua. Questa esperienza, lungi dall’essere rara, cela però meccanismi ben più complessi di una semplice perdita per disuso: l’acquisizione di una nuova lingua, effetti emotivi, competizione linguistica nel cervello sono tutti fattori che contribuiscono a un fenomeno chiamato language attrition, ovvero l’impoverimento della lingua madre quando entra in contatto con una nuova lingua.
Monika Schmid, linguista dell’Università dell’Essex, spiega che fin dall’apprendimento di un secondo idioma, i due sistemi linguistici competono: serve un meccanismo di controllo davvero stabile per alternare l’utilizzo delle parole tra una lingua e l’altra, poiché i due linguaggi spesso si sovrappongono.
Persino nei bambini adottati all’età di 8-9 anni, la prima lingua può svanire quasi completamente se questi vengono rimossi dall’ambiente originario; negli adulti, invece, la completa sparizione è rara, a meno di esperienze traumatiche: uno studio su alcuni ebrei tedeschi rifugiati ha mostrato che chi aveva vissuto il trauma dell’orrore nazista tendeva a sopprimere la lingua d’origine in quanto legata a ricordi dolorosi.
Dunque, a indebolire la conoscenza della lingua madre non sono il tempo trascorso all’estero o l’età dell’espatrio in sé, bensì le emozioni accumulate e l’uso mentale della lingua stessa.

Vi sono, ad esempio, casi in cui frequentare altra madrelingua può addirittura peggiorare la situazione: se si è in un contesto dove si comunica liberamente in lingue diverse, si finisce per costruire un ibrido linguistico meno radicato nella purezza della madrelingua vera e propria.
A questo proposito, Laura Dominguez dell’Università di Southampton evidenzia che molti spagnoli residenti nel Regno Unito, usando poco lo spagnolo originale, lamentano difficoltà nel trovare le parole corrette, nonostante rimanga preservato l’aspetto grammaticale della lingua d’origine.
Anche nella comunità cubana a Miami, ove si parla spagnolo costantemente, si osserva una trasformazione linguistica verso varietà come quella messicana o colombiana: qui la lingua cambia per adattamento, piuttosto che essere persa totalmente .
Facciamo però chiarezza: questo cambiamento non va demonizzato!
Il linguista stesso lo interpreta come prova della nostra flessibilità mentale. In effetti, l’attrito linguistico non è sinonimo di debolezza ma piuttosto di naturale adattamento.
E’ ovvio che, in questi casi, la lingua madre possa essere facilmente recuperata con un viaggio nella madrepatria o attraverso il rinnovato contatto sociale.
Quindi, non si “dimentica” la madrelingua per inerzia, bensì si crea un’interferenza linguistica, condizionata dall’uso della nuova lingua, dalla frequenza dell’immersione e da elementi psicologici. La competizione interna fra lingue può rallentare l’instaurarsi della madrelingua, e il trauma emotivo può spingere un individuo a evitarla del tutto. Allo stesso tempo, immersioni continue in ambienti bilingue portano a evoluzioni ibride, non proprio pure. Degno di nota è il fatto che persone con alta predisposizione linguistica tendono a conservare meglio la propria madrelingua, mentre chi non è propenso al plurilinguismo, tende ad accantonarla.

Sul piano pratico, chi teme di perdere la propria lingua madre può agire in vari modi: mantenere conversazioni regolari nella lingua, leggere, pensare in essa, tornare a casa il più possibile; azioni che stimolano il recupero dei ricordi linguistici e rinforzano la padronanza.
In conclusione, sì, è possibile “perdere” la propria lingua madre, ma non nel senso assoluto del termine: è piuttosto un indebolimento, un allontanamento temporaneo, legato all’interferenza di una nuova lingua e a fattori emotivi. Fortunatamente, grazie alla flessibilità cerebrale degli adulti e alla memoria profonda, la riconquista è possibile con impegno e contatto attivo con la lingua. L’attrito linguistico non è il cattivo della storia da rifuggire, bensì una sfida con noi stessi: è un gioco con la nostra mente quando un termine dimenticato riesce finalmente a tornare a casa.
Nota dell’autrice:
Questo articolo prende spunto da riflessioni e ricerche pubblicate su BBC Future e sul blog accademico della Queen’s University (SASS). I contenuti sono stati rielaborati in chiave personale, con l’intento di offrire una sintesi accessibile e fluida sul tema dell’attrito linguistico e della possibile perdita della lingua madre. Le fonti originali sono indicate per chi desidera approfondire ulteriormente l’argomento.
EHU
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