Dall’Amante Galante al Prepotente. Le vere origini del “Bullo”

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La parola bullo, oggi associata soprattutto all’ambiente scolastico, ha in realtà un’origine meno cupa di quanto si creda. Infatti, secondo il Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Pianigiani e il Dizionario Etimologico Online Treccani, il termine apparve in Veneto già nel XVI secolo con un significato ben diverso da quello attuale. In origine, bullo era un appellativo affettuoso, derivato dal veneziano bulo, ovvero giovanotto di bell’aspetto, amante cortese, spesso usato nel contesto della vita galante e popolare delle città lagunari.

Probabilmente, la sua etimologia è da collegarsi al tedesco Buhle, che indicava l’amante o il corteggiatore, termine che a sua volta risale al medio alto tedesco buole, connesso all’idea di relazione affettiva e piacere.

Uomini sbruffoni

Nei secoli successivi, il significato del termine subisce una trasformazione: da epiteto positivo, bullo passa a descrivere il giovane sbruffone, elegante e vanitoso, che ostenta sicurezza e cerca di imporsi sugli altri con il proprio fascino o la propria spavalderia. Non a caso, in alcune cronache ottocentesche italiane, il bullo è il ragazzo dei quartieri popolari che si atteggia a capo, più dedito alla seduzione e alla sfida che alla violenza vera e propria. È solo con il Novecento, e soprattutto con la sociologia urbana del dopoguerra, che il termine prende connotazioni sempre più negative: il bullo diventa colui che esercita prepotenza, che usa la forza fisica o psicologica per dominare, specialmente nei contesti giovanili e scolastici.

Proprio in questa fase storica nasce la differenza tra bullo e bullismo: se il primo indica il singolo individuo che agisce con prepotenza, il secondo descrive un fenomeno sociale, un comportamento reiterato e collettivo che si manifesta in ambienti come la scuola, i gruppi di pari, le periferie urbane.

“Insieme possiamo fermare il bullismo”

E, come sempre, la parabola semantica racconta molto non solo della lingua, ma anche della società: la metamorfosi da amante galante a prevaricatore riflette il sospetto con cui la collettività guarda a chi ostenta sicurezza e potere. Laddove un tempo la parola celebrava il fascino maschile, oggi denuncia un comportamento antisociale, sia maschile sia femminile.

Ancora una volta, quindi, la lingua registra i mutamenti delle sensibilità culturali, adattando vecchi vocaboli a nuove esigenze espressive, non sempre in positivo.

Ecco qui che una parola, nata per descrivere un comportamento affettuoso- quasi cavalleresco- si è trasformata nel tempo nel suo esatto opposto.

Che sia arrivata l’ora di tornare alle origini?

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