Il dialetto veneto nel fantasy di Cassandra Clare

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(Un esperimento linguistico riuscito!)

Nel suo romanzo Lo scudo del principe (Mondadori, 2024), la scrittrice iraniana -naturalizzata americana- Cassandra Clare ha sorpreso i lettori inserendo nel testo dialoghi in dialetto veneto. Non un espediente folklorico, ma una vera e propria scelta di world-building linguistico: il veneto è usato come lingua del regno immaginario di Sarthe, in contrasto con quella del vicino Castellane. A confermarlo sono testate come Corriere del Veneto, Screenworld e Giornale della Libreria, che riportano la collaborazione con Francesco Bravin, antropologo e membro della Language Creation Society, incaricato di adattare il dialetto come Lingua Sarthiana.  In un passo, ad esempio, si legge:

« Mì pensave che xéra el Prìnçipe, el ghe soméja tanto »
(Io pensavo che fosse il principe, gli assomiglia tanto).

Si tratta, dunque, di un uso reale e documentato del veneto, calibrato per evocare alterità e vicinanza insieme: suona familiare all’orecchio italiano, ma genialmente estraneo al contesto fantasy anglosassone.

Negli ultimi anni i libri con scenari fantasy sono diventati dei bestsellers

In realtà, Clare non è la prima a usare un idioma reale per costruire mondi immaginari…
Già J. R. R. Tolkien, linguista di Oxford, basò l’elfico quenya su radici del finlandese e dell’antico norreno; George R. R. Martin, per Game of Thrones, autorizzò la creazione del valyriano e del dothraki a partire da strutture turco-mongoliche e semitiche. Anche più vicino a noi, nel fantasy italiano, autori come Licia Troisi e Luca Tarenzi hanno occasionalmente introdotto inflessioni napoletane o lombarde per rendere il parlato di personaggi marginali, pur senza costruire una lingua autonoma.
Il caso Clare è quindi particolare: per la prima volta, un dialetto italiano viene trattato come lingua altra in un’opera anglofona di respiro internazionale.

Dal punto di vista linguistico, l’esperimento solleva questioni interessanti. Un dialetto reale porta con sé una carica culturale e identitaria: usare il veneto in un regno inventato significa trasferire una fonetica e una musicalità precise, capaci di creare un certo realismo emotivo che può però introdurre un rischio di straniamento culturale: il lettore italiano, infatti, è in grado di riconoscere l’origine del dialetto e può percepirlo come eccessivamente locale.

I fantasy moderni portano la realtà del lettore nell’antichità dei mondi fantastici.

L’autrice, però, ha trasformato questo potenziale limite in una risorsa espressiva: l’effetto di alterità non nasce da un linguaggio inventato, ma da una variazione linguistica esistente, viva, con una sua storia ben salda. Si tratta di un nuovo ponte tra la dialettologia e la narrativa fantastica, in cui il dialetto smette di essere colore locale e diventa strumento di costruzione di un mondo.
Un caso raro, che conferma come anche i linguaggi minori possano viaggiare oltre i confini della realtà.

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