Che cosa possono avere in comune un guerriero scozzese, gli sgherri di Don Rodrigo e un piatto di patate servito nei bar di tutta la Spagna?
A prima vista, assolutamente nulla. Eppure, basta scavare un po’ sotto la superficie delle parole per scoprire che Braveheart, i bravi dei Promessi Sposi e le patatas bravas sono legati da una sorprendente parentela linguistica.
Tutto ruota attorno a una parola che usiamo ogni giorno: bravo.
Oggi ci sembra uno dei complimenti più semplici e spontanei della lingua italiana. Diciamo “bravo!” a uno studente che ha preso un buon voto, a un musicista dopo un concerto o a un bambino che ha fatto qualcosa di cui essere orgoglioso. È una parola che associamo all’abilità, all’impegno e al merito. Ma non è sempre stato così.

Se potessimo tornare indietro di qualche secolo, scopriremmo un significato molto diverso. Gli studiosi ritengono che il termine abbia origini antiche e che, attraverso una lunga evoluzione linguistica, sia passato a indicare una persona audace, impavida e forte. Non necessariamente buona, però. Anzi, spesso il coraggio e la forza erano accompagnati da una certa dose di aggressività e violenza.
Ed è qui che entra in scena Manzoni.
Quando nei Promessi Sposi leggiamo dei “bravi” di Don Rodrigo, non immaginiamo certo persone degne di applausi. Erano uomini armati che mettevano la propria forza al servizio di un potente. Il loro compito era intimidire, minacciare e farsi temere. Per i lettori del Seicento e dell’Ottocento il termine evocava immediatamente figure pericolose, ben lontane dall’idea moderna di una persona capace e meritevole.
Ma la storia della parola non si ferma ai confini italiani.
Attraversando l’Europa, incontriamo infatti l’inglese brave. Qui il significato ha seguito una strada diversa. La componente minacciosa si è progressivamente attenuata, mentre è rimasta quella più nobile del coraggio. È proprio questo il senso del titolo Braveheart, “cuore coraggioso”: non un cuore feroce, ma un cuore valoroso, pronto a lottare per ciò in cui crede.
E poi c’è la Spagna.
Chi ha ordinato almeno una volta delle patatas bravas sa che il nome non è casuale. In questo caso bravas non descrive le patate, bensì il carattere deciso della salsa che le accompagna. Il termine richiama qualcosa di forte, intenso, vivace, quasi aggressivo per il palato. Ancora una volta riaffiora quell’antica idea di energia e forza che la parola portava con sé secoli fa.

Leggendo questi tre diversi utilizzi della parola bravo, è affascinante osservare come questa possa viaggiare nel tempo e cambiare personalità a seconda dei luoghi in cui approda.
In inglese è diventata il simbolo del coraggio eroico.
In spagnolo conserva il sapore della forza e dell’intensità.
In italiano, invece, ha compiuto una trasformazione quasi completa: da uomo temibile a persona degna di stima.
Ecco perché è interessante studiare l’etimologia delle parole. Questa scienza è infatti in grado di dimostrare concretamente che i lemmi non sono fossili immobili, ma viaggiatori instancabili che possono cambiare lentamente significato senza mai dimenticare del tutto da dove sono partiti.
Così, la prossima volta che applaudirai qualcuno gridando “bravo!”, che leggerai una pagina di Manzoni o che gusterai delle patatas bravas, ricorda che stai incontrando tre volti diversi della stessa storia. Una storia lunga secoli, capace di trasformare la forza in coraggio e il coraggio in uno dei complimenti più belli della nostra lingua.

