Può una parola far salire il prezzo dell’energia o rendere invisibile la responsabilità politica dietro un’inflazione? Secondo Daniel Stähr, linguista e ricercatore tedesco, sì. Nel suo contributo per la rubrica Word! del Goethe-Institut, Stähr lancia un’analisi provocatoria ma necessaria: l’economia non è solo una questione di cifre, ma è anche – e soprattutto – una questione di linguaggio.
Nel suo articolo, l’autore infatti parla di lingua del capitalismo per indicare quell’insieme di formule, metafore e abitudini espressive con cui diamo voce al mercato, spesso trasformandolo in una forza naturale, incontrollabile, quasi divina. Quando leggiamo di tsunami dei prezzi o tempesta economica, accettiamo implicitamente l’idea che l’aumento del costo della vita sia un destino, e non la conseguenza di scelte umane. È un modo di parlare che disinnesca la responsabilità e che, proprio per questo, influenza la percezione collettiva della realtà economica.

Questa consapevolezza dovrebbe quindi invitarci a guardare con attenzione a ciò che diamo per scontato: non sono i prezzi “che crescono”, come si sente dire, ma attori precisi che li alzano; non è l’economia “che reagisce”, ma persone e istituzioni che decidono e agiscono.
Le parole, in questo senso, costruiscono un alibi linguistico che trasforma decisioni politiche in fenomeni naturali. E quando il linguaggio si piega a questa narrazione, il pensiero segue la stessa direzione: la società si abitua a non chiedere conto, a non cercare alternative.

Ovviamente si tratta in questo caso di un’analisi che si inserisce in un più ampio dibattito sul ruolo della linguistica nella sfera pubblica. Comprendere quali parole scegliere per parlare di denaro, lavoro o crisi significa anche capire come percepiamo la responsabilità, la solidarietà, la giustizia sociale quando si tratta di economia. E forse non è nemmeno tanto utopistico pensare che cambiando le parole utilizzate potremmo, almeno in parte, cambiare la realtà.
Se pensiamo che la vera inflazione non riguarda il costo della vita, ma la perdita di significato nel nostro modo di raccontarla, possiamo farcela.

