A Venezia tutti guardano, è inevitabile.
Si guardano i film, certo, ma anche gli abiti, i volti, i gesti, le scelte. Si osserva chi arriva sul red carpet, come decide di mostrarsi, cosa indossa e, soprattutto, quale immagine sceglie di consegnare agli altri.
Per questo “libertà”, tra le parole del Festival 2026, è forse una delle più difficili da indossare.
Sembra semplice: essere liberi significa poter scegliere. Un abito, un corpo da mostrare o da nascondere, un’immagine da costruire, un modo di parlare. Significa anche poter cambiare idea senza dover giustificare ogni volta la propria versione precedente.
Eppure, appena quella libertà diventa pubblica, qualcosa cambia.

Il red carpet è il luogo perfetto per accorgersene: è uno spazio di celebrazione, ma anche una gigantesca macchina dello sguardo. Ogni dettaglio può diventare una fotografia, un titolo, un commento. Un vestito può essere definito audace o sbagliato, un volto può essere celebrato o criticato, una scelta può trasformarsi immediatamente in un giudizio.
Quanto siamo liberi, allora, quando sappiamo già che qualcuno commenterà ciò che facciamo?
È una domanda che Venezia con i suoi eventi scintillanti rende particolarmente audace. Perché il red carpet non è soltanto il luogo in cui ci si mostra: è il luogo in cui si accetta di essere guardati. E oggi essere guardati significa anche essere immediatamente “interpretati”.
Sii te stesso, ci dicono. Ma possibilmente nella versione migliore.
Mostrati, ma nel modo giusto. Invecchia, ma bene. Sii originale, ma non troppo. Vestiti come vuoi, purché la scelta sia fotogenica. Perché persino la spontaneità, ormai, sembra avere bisogno di una buona illuminazione.
Ed è qui che la parola “libertà” smette di essere rassicurante e diventa interessante.

Forse non significa fare tutto ciò che vogliamo. Forse significa poter scegliere senza trasformare ogni scelta in una dichiarazione. Non dover dimostrare di essere anticonformisti o non dover costruire un personaggio per apparire autentici.
Anche il silenzio può essere libertà. Così come un abito semplicissimo, un cambio di direzione, un “no” detto senza spiegazioni.
A Venezia, dove tutto sembra chiedere di essere ammirato, la vera libertà potrebbe allora essere qualcosa di molto meno spettacolare: decidere che cosa merita di essere mostrato e che cosa, invece, può rimanere soltanto nostro.
Perché non tutto ciò che è libero deve necessariamente finire in una fotografia, che sia digitale o patinata.
E forse è proprio questo il paradosso più interessante del 2026: abbiamo più strumenti che mai per raccontare chi siamo, ma essere davvero liberi potrebbe significare non sentirci obbligati a raccontarlo sempre.