Prima del gusto viene lo sguardo. È da qui che nasce un dialogo inatteso tra Kandinsky e il food design. Un cuoco, quando pensa a un piatto, compie una scelta visiva: decide dove collocare gli elementi, quale colore mettere in evidenza, quanto spazio lasciare vuoto, se costruire un ordine preciso oppure affidarsi a una composizione più libera. Anche senza conoscere la storia dell’arte, uno chef può muoversi tra due modalità che ricordano l’astrattismo lirico e l’astrattismo geometrico.

ASTRATTISMO LIRICO: IL GESTO E L’INTUIZIONE
Nell’astrattismo lirico il segno nasce dal movimento, dall’istinto, dalla relazione immediata tra colore e spazio. Trasferito nel piatto, questo principio non significa disporre gli ingredienti “a caso”, ma lasciare alla composizione una spontaneità apparente: una salsa che si espande, piccoli elementi distribuiti con libertà, contrasti cromatici che generano ritmo senza una geometria evidente.

È una modalità che molti cuochi utilizzano naturalmente. L’occhio cerca un equilibrio mentre la mano costruisce il piatto, corregge, sposta, aggiunge o sottrae. Il risultato nasce da una sensibilità visiva prima ancora che da una regola dichiarata.

ASTRATTISMO GEOMETRICO: L’ORDINE NEL PIATTO
L’altra possibilità è costruire attraverso misura e controllo. Linee, forme definite, ripetizioni, distanze e proporzioni diventano elementi progettuali. Nel piatto significa scegliere il punto focale, stabilire rapporti tra pieni e vuoti, creare direzioni e gerarchie.
In Composition VIII ho ritrovato questa forza: cerchi, diagonali e forme nette capaci di convivere in equilibrio. La mia interpretazione gastronomica nasce da un lingotto di salmone, ravanello, lampone, fiori di sambuco, menta, petali di rosa e salsa ponzu. Non una riproduzione dell’opera, ma una traduzione di ritmo, colore e struttura.

In Black and Violet, invece, è il colore a suggerire il progetto: il nero accoglie, il giallo illumina, il viola interrompe e dà ritmo. Da questa relazione nasce lo Scialatiello e ceviche al datterino giallo con caviale al gin tonic e mirtillo. Il fondo scuro diventa profondità, il giallo concentra la luce, le sfere viola introducono movimento e contrasto.

KANDINSKY COME ISPIRAZIONE PER GLI CHEF
Il punto non è trasformare ogni cuoco in uno storico dell’arte. È riconoscere che arte e cucina condividono alcune domande: dove cade lo sguardo? Quanto pesa un colore? Quanto spazio serve tra un elemento e l’altro? Quando è l’ordine a creare armonia e quando è una dissonanza a rendere viva la composizione?

Molti chef applicano già questi principi senza chiamarli astrattismo lirico o geometrico. Kandinsky può diventare una chiave di lettura per comprendere meglio ciò che spesso avviene già intuitivamente nella costruzione estetica del piatto.
L’impiattamento non è soltanto decorazione. È equilibrio tra libertà e struttura, istinto e progetto. E prima ancora che inizi l’assaggio, il piatto ha già cominciato a parlare.

Prima del gusto viene lo sguardo.