La lingua italiana ha un talento particolare: prendere concetti complessi e trasformarli in immagini immediate. È il motivo per cui, senza aver mai aperto un manuale di fisica, utilizziamo ogni giorno parole e modi di dire nati proprio in quell’ambito. Uno dei casi più curiosi è «partire per la tangente», un’espressione che sembra appartenere da sempre al linguaggio colloquiale e che, invece, affonda le sue radici nella geometria e nella meccanica.
Per comprenderne l’origine bisogna immaginare un corpo che si muove lungo una traiettoria circolare. Finché una forza lo mantiene sulla sua orbita, il movimento continua seguendo la curva. Se quella forza viene meno, però, il corpo non prosegue lungo il cerchio: si allontana seguendo la tangente, cioè la retta che tocca la circonferenza in un solo punto. È proprio questa immagine ad aver dato vita al modo di dire. Chi parte per la tangente smette di seguire il percorso previsto e prende una direzione diversa, proprio come accade a un oggetto che abbandona la propria traiettoria.
Non sorprende, quindi, che il primo significato dell’espressione sia quello di divagare. Una conversazione procede in una certa direzione, poi qualcuno introduce un argomento inatteso, si perde in dettagli marginali o cambia completamente tema. Il filo del discorso si spezza e il ragionamento imbocca un’altra strada. La metafora è talmente efficace da aver resistito per decenni senza perdere la propria forza evocativa.

Con il tempo, tuttavia, la lingua ha fatto ciò che le riesce meglio: ha reinterpretato l’immagine. Oggi partire per la tangente viene usato sempre più spesso anche per descrivere una reazione improvvisa e impetuosa. C’è chi, davanti a un’osservazione, parte per la tangente perché si infervora, risponde in modo eccessivo o si lascia trascinare dall’emotività. In questo caso l’espressione si avvicina a partire in quarta, ma non coincide perfettamente con essa: quest’ultima suggerisce soprattutto l’idea di iniziare con slancio, mentre partire per la tangente conserva sempre l’idea di uno scarto rispetto alla direzione attesa.
Del resto, non è l’unica eredità che la fisica ha lasciato al nostro vocabolario. Pensiamo a inerzia, che da proprietà dei corpi di conservare il proprio stato di quiete o di moto è diventata sinonimo di resistenza al cambiamento. Oppure ad attrito, che nei manuali indica la forza capace di ostacolare il movimento e, nella lingua comune, descrive tensioni e incomprensioni tra persone. Lo stesso vale per equilibrio, nato per indicare una perfetta compensazione di forze e oggi utilizzato per raccontare la stabilità emotiva, economica o sociale.

Ed è proprio qui che la linguistica incontra la scienza. In linguistica questo fenomeno è noto come estensione o slittamento semantico: termini specialistici escono dal loro ambito originario e vengono adottati dalla lingua comune, conservando solo una parte del significato iniziale. È così che un termine della fisica smette di descrivere soltanto il movimento dei corpi e inizia a raccontare il comportamento delle persone.
Forse è proprio questo il destino delle parole: partire da un laboratorio, attraversare un’aula di matematica, uscire dai manuali e finire attorno a un tavolo, durante una conversazione tra amici. Così la fisica continua a muoversi insieme alla lingua, seguendo traiettorie imprevedibili. E ogni volta che qualcuno «parte per la tangente», senza rendersene conto, porta con sé un piccolo frammento di scienza.