Qualche giorno fa, di ritorno dal Piemonte, mia regione natìa, mi sono resa conto che ho “perso” il piemontese. Lo capisco, lo leggo, lo interpreto, eppure non lo so più parlare.
In effetti, accade spesso, soprattutto a chi viaggia o ha a che fare con lingue “straniere”, di comprenderle senza riuscire a parlarle con la stessa disinvoltura. Riconosciamo le parole, afferriamo il significato di una frase, ma nel momento in cui tentiamo di rispondere il discorso si interrompe: la fluidità si spezza e tutto si dissolve. È un fenomeno linguistico comune, che mette in luce la complessa distanza tra comprensione passiva e produzione attiva di una lingua.
Per comprendere questa differenza, è utile distinguere tra lessico passivo e lessico attivo. Il primo, detto anche ricettivo, comprende i termini che riconosciamo e comprendiamo quando leggiamo o ascoltiamo. Il secondo, definito produttivo, raccoglie invece le parole che sappiamo utilizzare spontaneamente nel parlato e nella scrittura. Non sorprende, dunque, che il lessico passivo sia più ampio di quello attivo: capire, infatti, è un processo più immediato rispetto al produrre.

Inoltre, l’acquisizione linguistica nasce sempre da un intento comunicativo. La lingua, strumento duttile e creativo, si modella costantemente in base allo scopo e alla situazione. Quando guardiamo un film, ad esempio, non abbiamo bisogno di ripetere ciò che ascoltiamo: in questi contesti prevale la funzione ricettiva del linguaggio, fondata sul principio dell’input comprensibile, che ci permette di comprendere le parole anche senza analizzarle.
Tuttavia, comprendere non significa saper esprimere. Per comunicare efficacemente, le parole devono trasferirsi dal repertorio passivo a quello attivo: un passaggio che richiede pratica, esposizione e uso costante. Solo attraverso il parlato e lo scritto le parole diventano disponibili, pronte a essere richiamate con precisione e naturalezza.
Il lessico attivo implica infatti tre abilità: il recupero rapido del significato, la corretta collocazione sintattica nella frase e la consapevolezza pragmatica della parola, cioè la sua adeguatezza al contesto. È da questo intreccio tra semantica, sintassi e pragmatica che nasce la vera padronanza linguistica.

Per favorire questo processo, il linguista Robert J. Marzano ha elaborato un modello didattico* in sei passaggi volto a trasformare la conoscenza lessicale in competenza attiva.
Le sue fasi sono:
- Fornire una spiegazione chiara del nuovo termine, legandolo a esperienze note.
- Chiedere di riformularlo con parole proprie, per verificarne la comprensione.
- Associare immagini o simboli per consolidarne la memoria visiva.
- Incoraggiarne l’uso attivo, in frasi e contesti diversi.
- Promuovere il confronto e la discussione, negoziando il significato.
- Favorire attività ludiche e riflessive per stabilizzare e ampliare l’apprendimento.
In questo processo la parola smette quindi di essere un semplice dato da riconoscere: diventa un mezzo vivo di pensiero, capace di costruire conoscenza, relazione e identità linguistica.
*(Building Academic Vocabulary, ASCD, 2005).

