Shakespeare e i neologismi. Quante parole ha davvero inventato il Bardo?

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William Shakespeare è spesso celebrato non solo come drammaturgo e poeta, ma anche come uno dei più grandi innovatori linguistici di tutti i tempi. Si legge spesso che abbia inventato circa 1.700 parole che sono entrate nell’uso comune dell’inglese. Ma che cosa significa davvero inventare parole e quanto è solida questa affermazione?

Secondo dizionari come l’Oxford English Dictionary e fonti accademiche, più di 1.700 parole apparirono per la prima volta in forma scritta nelle sue opere. Tuttavia, come chiarisce il linguista David Crystal, non tutte sono neologismi puri: in molti casi si tratta di lexemes che Shakespeare registrò per la prima volta su carta, ma che probabilmente circolavano già nella lingua parlata del tempo.

Un progetto recente, lo Shakespeare Invented Words Project, ha esaminato scrupolosamente le prime attestazioni: ha identificato 594 parole veramente create da Shakespeare, escludendo termini composti che sono più difficili da classificare. Questo non diminuisce l’importanza del Bardo, ma invita a una visione più sfumata: non sempre siamo di fronte a invenzioni radicali, ma spesso a una lettura innovativa del suo tempo.

Non solo parole. Dal Bardo abbiamo assorbito anche modi di dire come
“Essere o non Essere…”

Tra le molte, alcune delle parole più celebri che gli vengono attribuite, e che sono conosciute ormai dai più, sono:

  • Lonely (solitario): compare per la prima volta come parola formata da lone + suffisso -ly in Coriolanus e Cymbeline.
  • Bedroom (bed-room): appare nei suoi scritti come stanza per dormire;
  • Gossip (pettegolezzo): è presente tra i termini che Shakespeare usa nei suoi dialoghi quando si parla di altri non presenti.

Perché allora continua a circolare la voce delle 1.700 parole inventate? In parte perché Shakespeare è stato studiato più a fondo e citato più spesso di altri autori nei primi dizionari storici, e in parte per una certa bardolatria che alimenta il mito del poeta-linguista onnipotente. Recenti ricerche digitali hanno dimostrato che alcune di queste parole avevano già attestazioni precedenti, smussando l’immagine del Bardo come creatore assoluto di neologismi.

Le opere di Shakespeare sono intrise di lemmi che usiamo anche noi, ancora oggi.

Eppure, anche riconoscendo queste sfumature, rimane innegabile il suo contributo: Shakespeare ha reso visibile il potenziale creativo della lingua inglese. Non tanto perché ha creato migliaia di vocaboli da zero, ma perché li ha plasmati con intelligenza. Ha saputo trasformare nomi in verbi, aggiungere prefissi e suffissi, combinare radici per costruire immagini evocative. Il suo genio sta nella libertà con cui giocava con la lingua, e nella capacità di innovare senza mai separarsi dal contesto storico e culturale in cui viveva.

Quindi, il mito delle 1.700 parole non è del tutto sbagliato, ma va interpretato con cautela. Quanto a Shakespeare, non è solo un inventore di parole: è soprattutto un artigiano linguistico, un visionario dell’espressività, un poeta che ha dimostrato quanto sia viva e plasmabile la lingua. E non solo la sua.

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