A volte ce ne accorgiamo solo quando lo interrompiamo: la radio è un rito. Un appuntamento che entra nella giornata delle persone senza chiedere permesso, e che proprio per questo richiede cura. Philip Baglini è una voce riconoscibile e, soprattutto, coerente. Il suo modo di stare al microfono non è mai “solo conduzione”, ma costruzione quotidiana. Di fiducia, di comunità, di casa. Non a caso London One Radio è diventata per tanti italiani nel Regno Unito un luogo reale dove sentirsi a casa. https://londononeradio.com/
In questa intervista, registrata nel clima particolare di fine anno, lo incontro nel momento in cui la sua storia incrocia anche un riconoscimento istituzionale, l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia. Phil la racconta senza enfasi, e forse è proprio questo il dettaglio più significativo. Non c’è autopromozione, non c’è posa, c’è, semmai, la consapevolezza di un ruolo. E di ciò che comporta.

Phil, chiudiamo l’anno e facciamo un recap. Negli ultimi mesi abbiamo incontrato e raccontato tante storie qui con Secrets Style. Se dovessi dire cosa ti ha lasciato questo percorso… cosa ti porti davvero a casa?
Phil: Mi porto a casa la potenza delle storie semplici, nel senso migliore. Persone normali che hanno creduto in un sogno e poi lo hanno sviluppato. Sono storie che ti fanno riflettere perché parlano di sacrificio, di rinunce, di coraggio. E spesso hanno un filo rosso: identità, qualità, cuore. C’è un modo italiano di affrontare le cose che resta forte anche lontano dall’Italia.
Questa parola, “lontano”, ritorna spesso. Perché la distanza, per chi vive all’estero, è una condizione continua, si impara a portare con sé il proprio Paese, i propri affetti, i propri simboli. E si impara anche a raccontarli. Phil lo fa da anni, ma ora quel racconto è diventato anche “istituzionalmente” riconosciuto.
In questi giorni ti è stata conferita l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia. Che significato ha per te, prima di tutto come persona?
Phil: È una riconoscenza che non ho mai cercato. Io non ho mai lavorato pensando a un premio. Ho lavorato con serietà perché amo questo mestiere. Quando poi ti arriva una notizia così e capisci che c’è un iter, che non è una cosa “buttata lì”, che passa attraverso istituzioni… ti colpisce. E ti responsabilizza.

Ti responsabilizza: lo ripeti più volte. In che senso?
Phil: Nel senso che non puoi “abbassare” nulla. Devi continuare con lo stesso rigore, ma con una consapevolezza in più: quello che fai, quello che dici, il modo in cui racconti l’Italia e gli italiani qui… ha un peso. Noi siamo un megafono, la gente ci affida pezzi di vita, lavoro, orgoglio, fragilità. E tu non puoi trattare tutto questo con superficialità.
Ti ho visto emozionato. Per chi ti conosce, è un dettaglio raro. In quel momento a chi hai pensato?
Phil: Ai miei genitori. Ai valori. Io non vengo da una famiglia ricchissima, ma mi hanno dato una bussola. Quella bussola mi ha guidato sempre, nello studio, nel lavoro, nei momenti complicati. Se oggi sono qui, in fondo, è anche per quello. E spero che, ovunque siano, siano contenti.
C’è una qualità, in questa risposta, che vale più di tante dichiarazioni programmatiche. Phil non “usa” l’onorificenza per parlare di sé, ma per riconnettersi alle radici. E le radici, in questa conversazione, diventano il tema sotterraneo.

Tu fai sempre una domanda a tutti gli ospiti “Cosa ti ha portato a scegliere Londra?”. Ora la faccio io a te. È stata una scelta o è Londra che ha scelto te?
Phil: Ti dirò una cosa che sembra incredibile: avevo cinque anni. Aprii un atlante e tra tutte le mappe mi colpì quell’isola separata. Scesi le scale e dissi a mio padre: “Io voglio andare qua”. Da lì è rimasta una passione innata per l’Inghilterra. Poi cresci, la vita ti porta davvero a fare quella scelta, ma quella scintilla… c’era già.
In questo racconto c’è una specie di destino, ma anche tanta determinazione. Quando poi sei arrivato davvero, cosa ti ha “costruito”?
Phil: Ripartire da zero. Perché quando vieni qui devi ricominciare. E ricominciare ti mette alla prova, capisci quanto ci credi, capisci cosa sai fare davvero. E capisci anche che la costanza conta più dell’ispirazione.
Tu dici una frase che mi colpisce sempre: “porto lo stivale con me e cerco di onorarlo”. Che significa, per te, onorare l’Italia vivendo qui?
Phil: Significa non dimenticare chi sei. Significa non ridurre l’Italia a uno stereotipo. Le radici sono e restano in Italia. Le mie, soprattutto, sono in Toscana. E io quella Toscana me la porto dietro, nel modo di vedere la vita, nel modo di lavorare, nel senso della serietà.

Io confesso: a me “mi ha fregato” Mary Poppins
Phil: (ride) Ognuno ha il suo immaginario. L’importante è che poi, quando ci vivi, un posto lo rispetti. E impari.
La radio come contenuto, squadra e credibilità
L’intervista, a questo punto, scivola sul cuore della questione. La radio non è solo “essere ascoltati”, ma meritare ascolto. Phil insiste su concetti che oggi, in un ecosistema dominato da velocità e numeri, suonano quasi controcorrente, contenuto, serietà, qualità.
London One Radio è diventata un riferimento per tanti italiani nel Regno Unito. Che cosa significa per te dare voce alla comunità?
Phil: Significa capire che non stai intrattenendo e basta. Stai creando un luogo di riconoscimento. Qui tanti hanno lasciato casa, affetti, abitudini. Quando ti ascoltano, spesso cercano anche un pezzo di casa. E quindi devi essere rispettoso. Devi lavorare bene.

Tu ripeti spesso: “la radio è una squadra”
Phil: Assolutamente. Senza squadra non vai da nessuna parte. C’è chi lavora dietro le quinte, chi organizza, chi coordina. Se manca una persona, si sente. Io ho sempre avuto rispetto per questo, la radio è un lavoro collettivo.
Tu sei anche molto perfezionista, diciamolo
Phil: (sorride) È vero. È una mia pecca. Se una cosa è fatta bene, penso sempre che si possa fare meglio. A volte ci sto male, quando non si riesce. Ma è anche ciò che ti spinge a crescere.
Oggi però contano anche i social, i numeri. Tu ti definisci “vecchio stile”. Come tieni insieme qualità e velocità?
Phil: Io sono cresciuto senza internet. Devo imparare, e infatti qui ci sono persone più giovani che mi aiutano. Però resto convinto che il contenuto venga prima. I numeri sono importanti, ma se manca sostanza… prima o poi si vede. E la fiducia del pubblico non la compri: la costruisci.
E quando arrivano critiche?
Phil: Se sono critiche utili, costruttive, le ascolto. Se sono sterili, no. Non mi interessa discutere per sport. Mi interessa migliorare.

Sogni, futuro, e una promessa agli ascoltatori
C’è un momento in cui la conversazione si alleggerisce, ma senza diventare superficiale. È il punto in cui si parla di futuro. E Phil, anche qui, non “vende” piani, lascia intravedere desideri semplici, quasi privati. Come se, dietro al microfono, l’obiettivo fosse sempre lo stesso: equilibrio.
Sogni nel cassetto ne hai ancora?
Phil: Certo. Chi non sogna è già un metro sotto terra. Ne ho ancora. E poi c’è un desiderio di semplicità: mare, costa, silenzio. Non è fuga. È equilibrio.
La tua “vecchiaia” la vedi in Italia o in Inghilterra?
Phil: Non lo so. Un tempo ero più categorico, oggi no. Entrambi i Paesi mi hanno dato tanto. E io spero di dare ancora tanto.

Chiudiamo con una promessa per il 2026. Cosa vuoi dire a chi ci ascolta?
Phil: Che vogliamo ascoltare chi ci ascolta. Non solo essere una radio da sentire, ma una radio che dialoga. E continuare a fare bene le cose. Con serietà, con rispetto, con qualità.
In un’epoca in cui la comunicazione spesso privilegia l’immagine sulla sostanza, Philip Baglini continua a credere nel contrario. Che il contenuto venga prima, che la credibilità si costruisca lentamente, che una comunità (lontano da casa) abbia bisogno di voci affidabili. L’onorificenza di Cavaliere non gli cambia la direzione, semmai la rende più nitida. “Mi responsabilizza”, ripete. E in quella frase c’è l’essenza del suo profilo. Non un titolo da esibire, ma un impegno da portare. Ogni giorno. In onda.

