Il sipario del Festival di Sanremo non si è ancora alzato, eppure se ne parla già moltissimo. Non abbiamo ascoltato le canzoni, ma le abbiamo lette e, come accade sempre più spesso, i testi sono diventati terreno di analisi prima ancora delle esibizioni. Perché Sanremo non è solo musica: è un piccolo laboratorio di lingua italiana in diretta nazionale.
Tra i primi a commentare i brani c’è stato Lorenzo Coveri, accademico della Crusca e docente di Linguistica italiana, che ha parlato di un “italiano di tutti i giorni”, vicino al parlato contemporaneo. Un’osservazione interessante: niente fuochi d’artificio lessicali, niente sperimentazioni ardite. Le parole scelte dagli artisti sembrano voler accorciare la distanza con chi ascolta.

Anche sul piano emotivo emerge una trama ricorrente. Parole come cadere, paura, notte, male compaiono con frequenza, disegnando un paesaggio fragile. Ma non è un racconto disperato: accanto alla caduta si intravede la volontà di restare, di ricominciare, di resistere. Qui, la vulnerabilità non è un punto di arrivo, ma un passaggio.
Un altro dettaglio curioso riguarda gli anglicismi. Dopo anni in cui l’inglese sembrava quasi obbligatorio nei titoli e nei ritornelli, quest’anno la presenza appare più contenuta. L’italiano torna al centro e, in alcuni casi, lascia spazio ai dialetti – soprattutto il napoletano – che entrano nei testi non come colore folklorico, ma come segno di appartenenza.
E che dire delle parolacce, fino a qualche anno fa quasi bandite? Ci sono, ma con moderazione. Il registro resta colloquiale, sì, ma non sopra le righe. È un parlato costruito, che dà l’impressione di spontaneità senza rinunciare alla cura.

E poi c’è la Lingua dei Segni Italiana, che accompagnerà ancora una volta le performance, trasformando parole e musica in gesti. Un’altra forma di racconto, che amplia il concetto stesso di testo.
In fondo, prima ancora che inizi il Festival, qualcosa è già chiaro: la lingua di Sanremo 2026 non punta a stupire con effetti speciali. Preferisce farsi riconoscere. Parla come parlano le persone. E forse è proprio questa scelta – semplice solo in apparenza – a renderla così interessante da osservare.
Io, dai testi letti, ho già la mia preferita. E voi?

