Tra Italia e Regno Unito. L’esperienza Cross Border dell’ Avv. Vania Marinello

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Quando si parla di Italia e Regno Unito il primo pensiero va spesso ai visti, ma la realtà di chi vive tra due Paesi è molto più ampia. Famiglia, lavoro, patrimoni e scelte personali si intrecciano con due sistemi giuridici profondamente differenti. Ne parliamo con Vania Marinello, avvocato dello studio Ricchetto Law, che da anni lavora proprio sul confine cross border, accompagnando persone e imprese nei passaggi più delicati tra Italia e UK.

D. Quando si parla di vita tra Italia e Regno Unito si pensa subito ai visti, ma nel suo caso il lavoro va oltre. Se dovesse spiegare al pubblico qual è il cuore del suo lavoro, quale sarebbe?

Il cuore del mio lavoro è quello di accompagnare le persone che vivono tra Regno Unito e Italia in ogni passaggio che conta della loro vita. Quindi tutela della famiglia, protezione del patrimonio, garantire che la documentazione amministrativa sia in ordine, riferimento a tutti quelli che sono i diritti riconosciuti in entrambi i Paesi. Noi nasciamo proprio per questo, per unire competenze italiane e inglesi in maniera da fornire una guida adeguata a quelli che potrebbero essere i nostri clienti.

Noi siamo quasi tutti avvocati italiani o comunque parliamo la lingua italiana e ovviamente anche l’inglese. Molti di noi hanno la doppia qualifica, sia di avvocato che di solicitor. Cerchiamo di fornire questo servizio sia ai connazionali italiani che si trovano in Italia e hanno a che fare con problemi in Regno Unito, oppure che vivono in Regno Unito e hanno problemi connessi alla vita quotidiana in Regno Unito o a questioni che potrebbero avere in Italia, ma anche cittadini britannici che hanno interessi per l’Italia. Noi siamo qui

D. Nel suo studio arrivano storie che non sono solo pratiche, ma passaggi di vita. Quali sono le situazioni più frequenti e soprattutto gli errori che vede ripetersi di più quando si vive tra i due ordinamenti

Le situazioni che arrivano non sono semplici pratiche, sono momenti di vita. Per noi è lavoro, però sono questioni personali dei clienti e diventano anche problemi nostri.

Le più frequenti sono le nascite da genitori di nazionalità diversa. In genere italiani e britannici, mamma italiana o papà italiano e l’altro genitore britannico, ma potrebbe essere anche qualsiasi altra nazionalità. Poi matrimoni celebrati in un Paese da registrare nell’altro Paese, divorzi dove la cosa più importante è capire qual è la legge del Paese applicabile. Successioni con beni che si trovano in Italia, in Inghilterra, ma anche all’estero in altre parti del mondo.

Poi trasferimenti di residenza, di famiglia, qualsiasi cosa che richieda iscrizione all’AIRE, iscrizioni consolari. Anche contratti di lavoro, contratti di locazione, contratti commerciali.

Gli errori più frequenti nascono da un’idea base fatta in buona fede, ma sbagliata. Pensare che Italia e Regno Unito funzionino allo stesso modo. Non è così.

C’è chi si sposa in Regno Unito e non pensa di registrare il matrimonio in Italia. Salvo poi scoprire anni dopo che per l’Italia risulta ancora single e quindi magari nel frattempo c’è stato un divorzio e magari anche un nuovo matrimonio e a quel punto per l’Italia tu risulti aver commesso un reato.

C’è chi eredita un bene in Italia ma non apre il probate in UK. Ci sono state recenti modifiche alla normativa e bisogna considerare anche l’aspetto della residenza o del domicilio in UK e si rischia di bloccare tutta la procedura.

C’è chi cambia residenza senza iscriversi all’AIRE o si dimentica di aggiornare l’AIRE e rischia di creare situazioni finanziarie e fiscali pesanti, per esempio nei confronti dell’Agenzia delle Entrate.

Oppure da un punto di vista commerciale c’è chi firma un lease commerciale inglese pensando che venga disciplinato come i contratti di locazione commerciale in Italia e poi quando succede qualcosa si rende conto che tutele e obblighi sono completamente diversi e si trova nei pasticci.

Il nostro lavoro è evitare che questi passaggi di vita diventino grossi problemi legali. Dobbiamo tradurre questi due sistemi, farli dialogare e proteggere le persone e i clienti

D. In UK si fa spesso confusione tra entrare, restare, lavorare e regolarizzare la propria posizione. Quali sono i fraintendimenti più comuni e, entrando nel concreto sullo Skilled Worker, quali sono gli elementi che pesano davvero sull’esito della pratica. Dal punto di vista delle imprese, cosa significa diventare sponsor e quali responsabilità di compliance bisogna conoscere prima di partire?

La confusione nasce dal fatto che nel sistema britannico ogni permesso ha una funzione specifica. Non esiste un visto jolly, non esiste qualcosa che permette di fare tutto. Le norme vanno rispettate alla virgola.

Gli errori più comuni sui visti sono pensare che il visto turistico permetta anche di lavorare o di regolarizzarsi in Regno Unito. Non è vero. Il visitor visa consente di entrare come turista, e per quanto riguarda attività lavorativa ci sono attività molto limitate. Per esempio, posso partecipare a una riunione, a una conferenza, fare un breve corso, un incontro con un futuro datore di lavoro per discutere i termini del contratto, ma non posso entrare con questo visto per svolgere attività lavorativa retribuita o anche non retribuita, perché addirittura anche il volontariato potrebbe non essere autorizzabile.

Non è possibile entrare con il visitor visa e poi convertirlo rimanendo in Regno Unito con un altro visto. Credere che un datore di lavoro possa sistemare la mia posizione se nel frattempo sono già entrato è un errore. L’esempio classico è la persona che entra con visitor visa, fa il colloquio e pensa che può rimanere perché il datore di lavoro lo sponsorizza. Nella maggior parte dei casi per il visto di lavoro devi essere fuori dal Regno Unito, non puoi essere in Regno Unito e presentare la domanda. Ci sono eccezioni ma sono molto limitate. Essere in Regno Unito non dà alcun vantaggio e non è un permesso valido che consenta lo switch verso uno skilled visa.

Altro errore è confondere il diritto di rimanere in Regno Unito con il diritto di poter lavorare. Ci sono permessi che ti consentono di vivere nel Regno Unito ma non di lavorare. Per esempio, alcuni dependent visa, alcuni student visa con limiti precisi. Altri visti di lavoro ti permettono di lavorare ma solo per un datore di lavoro, per un determinato sponsor, non per chiunque.

Il sistema UK non ti perdona una leggerezza. Ogni categoria di visto ha limiti precisi. Lo skilled worker in particolare richiede coerenza assoluta tra ruolo, salario e documentazione.

Cosa pesa sull’esito della pratica. Ci sono requisiti tecnici importanti. Una questione fondamentale è individuare la lista delle occupazioni ammissibili. Esiste il SOC, Standard Occupational Classification Code, che deve essere corretto. Il datore di lavoro deve assumermi con un determinato nome dell’impiego e fornire mansioni coerenti e reali con il tipo di occupazione che andrò a svolgere. Questo è uno degli errori più comuni e una delle cause più comuni di rifiuto del visto.

Un altro aspetto fondamentale sono le soglie minime retributive. Il salario deve rispettare una soglia generale, la soglia specifica prevista dal SOC e eventuali riduzioni previste dalla normativa, per esempio shortage occupation, PhD, new entrant. Non rispettare questi aspetti può portare a rifiuto.

Poi lo sponsor. Il datore di lavoro deve essere iscritto e autorizzato nella lista degli sponsor ufficiali di Home Office. È capitato di ricevere richieste di clienti che dicevano mi è stato offerto questo lavoro, sono venuto convinto di poter fare qualsiasi cosa e poi ho scoperto che non erano sponsor ufficiali. È un problema enorme per il dipendente e anche per il datore di lavoro.

Il certificato di sponsorship deve essere compilato in maniera impeccabile. Non puoi commettere errori, non puoi inserire dati sbagliati, mansioni non coerenti, soglie di stipendio non adeguate, perché ti viene rifiutato. Ci sono molti aspetti tecnici che richiedono assistenza di un legale specializzato. Cosa significa diventare sponsor per un’azienda. È una responsabilità molto presente e vincolante. È un rapporto di fiducia tra azienda e Home Office e comporta obblighi e controlli.

Le responsabilità principali sono il monitoraggio del lavoratore sponsorizzato, verificare che svolga esattamente le mansioni assegnate, controllare presenza nello Stato, indirizzo, contatti, segnalare incongruenze. Esiste lo sponsor management system che collega queste verifiche tra datore di lavoro e Home Office. Devono essere segnalati immediatamente cambi di mansione, variazioni salariali, cessazione del rapporto, cambio di sede, modifiche della società. Tutto deve essere segnalato perché può incidere sul rapporto di lavoro e sulla licenza di sponsor e sulla capacità di continuare a sponsorizzare.

Bisogna tenere documentazione di tutto. C’è rischio di audit. Home Office può fare controlli a sorpresa o periodici. La mancanza di compliance può comportare sospensione, revoca della licenza, impossibilità di assumere altro personale dall’estero, sanzioni molto elevate.

Il nostro ruolo è assistere sia nella parte di sponsorizzazione sia nella richiesta di visto per il dipendente, ma anche nella fase successiva di compliance e preparazione a un eventuale audit

Avv Vania Marinello – Ricchetto Law

D. Nel vostro lavoro entra anche la successione. Probate è un termine che molti scoprono solo quando sono costretti. Quali sono le principali differenze tra una successione in Italia e un probate in UK e cosa cambia davvero quando una famiglia ha beni o legami in entrambi i Paesi?

La successione italiana è un adempimento fiscale e dichiarativo, mentre il probate inglese è un’autorizzazione formale senza la quale non si può procedere, non si può toccare nulla. Quando una famiglia ha beni o legami in entrambi i Paesi serve una strategia coordinata. Serve esaminare le doppie procedure, le doppie regole fiscali, le doppie verifiche sulla validità del testamento. Noi lavoriamo anche con commercialisti, fiscalisti, tax advisor perché è necessario fare una valutazione a 360 gradi.

La più grande differenza è la logica del sistema. In Italia la successione è una questione civile e dichiarativa. Gli eredi comunicano all’Agenzia delle Entrate che c’è una successione e da quel momento acquistano la titolarità dei beni. Non serve un’autorizzazione dello Stato per amministrare l’eredità. In Inghilterra invece il probate è un procedimento autorizzativo. Nessuno può gestire i beni del defunto, conti correnti, mobili, investimenti, senza avere ottenuto il grant of probate se esisteva un testamento, oppure la letter of administration se non c’è testamento. Sono documenti ufficiali rilasciati dal probate registry. Senza questi documenti non puoi procedere e rimane tutto bloccato.

C’è poi il tema di chi gestisce l’eredità. In Italia gli eredi la gestiscono direttamente, a meno di casi complessi. In UK la norma è nominare gli esecutori del testamento. È una figura fondamentale, la persona che amministra le ultime volontà e distribuisce agli eredi rispettando volontà e legge, con obblighi fiduciari precisi. Poi ci sono valutazioni fiscali. In UK c’è l’inheritance tax del 40 per cento oltre una nil rate di 325.000 sterline, con eccezioni e considerazioni particolari. In Italia c’è imposta di successione con aliquote e franchigie diverse, per esempio se sei figlio ci sono franchigie molto elevate.

Ci sono differenze anche su documentazione e tempistiche. In Italia la dichiarazione di successione va presentata entro 12 mesi dal decesso, oltre ci sono sanzioni. In UK non ci sono termini fissi ma ci sono valutazioni dettagliate dei beni, dichiarazioni fiscali e moduli IHT. La tassa di successione deve essere pagata prima di ottenere il grant. Quando ci sono beni e legami in entrambi i Paesi cambia tutto perché i due sistemi non comunicano automaticamente. Serve una doppia procedura. Il probate in UK per sbloccare beni britannici e la successione in Italia per trasferire beni immobili o conti. Una procedura non può sostituire l’altra.

Poi ci sono valutazioni sul testamento. Un testamento valido in UK per produrre effetti in Italia deve rispettare requisiti particolari. Non è automatico. Bisogna fare attenzione anche a domicilio e tassazione perché di recente la normativa UK è cambiata e le regole fiscali si basano sul concetto di domicile e di situs dei beni. Una persona italiana residente in UK con beni in Italia potrebbe essere soggetta a tassazione in entrambi i Paesi e serve coordinare la doppia imposizione.

E spesso si sottovalutano traduzioni e legalizzazioni. Documenti in italiano e in inglese devono essere tradotti. Il grant inglese per essere usato in Italia deve essere apostillato e tradotto. Gli atti italiani devono essere tradotti per banche o enti UK

D. Passiamo al business. Molti imprenditori entrano in un lease commerciale con entusiasmo e fretta. Quali clausole e passaggi vengono sottovalutati e quali possono trasformarsi poi in costi, vincoli e problematiche successive?

Io mi occupo anche di materia commerciale. Il nucleo è valutare bene un lease commerciale, un contratto tecnico. La differenza essenziale tra Italia e Regno Unito è che è un contratto sbilanciato notevolmente a favore del proprietario. In Italia il sistema tende a tutelare la parte più debole, il conduttore. In Inghilterra è l’opposto, è predisposto per il commercio e quindi è sproporzionato in favore del proprietario.

Le cose essenziali quando si esamina un lease commerciale sono leggere bene la clausola di full repairing and insuring, la manutenzione. In Italia normalmente il conduttore è responsabile della manutenzione ordinaria e la straordinaria è a carico del proprietario. In Inghilterra è l’opposto. Quando prendi in affitto diventi responsabile di tutta la manutenzione, ordinaria e straordinaria, e di qualsiasi cosa. Non puoi basarti sulla regola italiana.

Altra cosa sono le service charge, i costi di amministrazione del bene. Fondamentale è la break clause, la possibilità di terminare il contratto prima della scadenza. Non è automatica, spesso non c’è nei contratti. Noi consigliamo di inserirla. Di solito si inserisce a metà del termine, per esempio al quinto anno se il contratto dura dieci anni, per valutare se l’attività funziona o se è meglio interrompere. Fondamentali sono anche le rent review e il concetto di dilapidation, perché possono creare sorprese molto costose.

Molti tenant scoprono troppo tardi che il contratto è rigido. Se dura dieci anni dura dieci anni e sei obbligato a pagare. Non c’è la vera possibilità di uscita anticipata come in Italia con il preavviso. È possibile solo se c’è una break clause formulata bene. Se è formulata male rischi di rimanere vincolato. Ci sono altre possibilità come trovare qualcuno che subentra, ma serve approvazione del proprietario e potrebbe rifiutare se ritiene che non sia affidabile. Tu rimani vincolato.

La clausola di full repairing è la più fraintesa. Significa che devi pagare tutto, manutenzione, riparazione, assicurazioni, anche per parti dell’edificio che magari non usi. La service charge spesso non ha un tetto massimo e può aumentare senza preavviso, puoi ricevere richieste spropositate.

Stessa cosa per la rent review. In Inghilterra si basa sull’andamento commerciale e sul prezzo medio degli affitti della zona e non ha cap. Può aumentare tantissimo. È successo a un mio cliente un aumento quasi del 100 per cento con preavviso di pochi mesi. E se il mercato scende non ti abbassano il canone, perché la rent review va sempre in aumento. Se il mercato va bene aumenta, se il mercato va male rimane uguale. Altra cosa importante sono gli usi consentiti e i permessi del council. Molti firmano senza controllare l’uso consentito. Se prendo un locale per fare un ristorante ma l’uso consentito è ufficio, non posso aprire e avrò problemi. Se devo fare lavori strutturali serve autorizzazione del council. Se faccio lavori senza autorizzazione o svolgo attività non consentita rischio violazione del contratto e rischio blocchi e sanzioni.

Questo è collegato anche alle alterations, le modifiche interne. Spesso si fanno lavori in buona fede pensando di ripristinare tutto a fine contratto. Se il proprietario se ne accorge sei in violazione. Alla fine del contratto ci sono verifiche su come restituisci l’immobile e potresti dover pagare migliaia di sterline per riportarlo allo stato originario. In Italia se hai fatto miglioramenti che aumentano il valore può esserci un indennizzo a tutela del conduttore. In Inghilterra no. Se fai modifiche anche autorizzate, quando vai via rimangono e il proprietario non ti dà nulla. È il sistema

D. Lei lavora su momenti difficili e delicati, spesso emotivi. Separazioni, eredità, scelte familiari, trasferimenti. Cosa le ha insegnato questo lavoro sulle persone e su come prendono decisioni quando vivono tra Italia e Inghilterra. E soprattutto, qual è la cosa che se fatta prima cambierebbe tutto il processo?

Quando ci si trova tra due Paesi le decisioni non possono mai essere solo giuridiche. Sono emotive, pratiche, legate anche all’identità. Le persone spesso vengono da noi quando sono sotto pressione, perché c’è stato un trasferimento improvviso, una separazione che non avevano considerato, un lutto, un documento urgente. In quei momenti prevale la necessità di risolvere tutto subito e spesso, proprio perché si è più vulnerabili, si fanno scelte poco ponderate, anche in buona fede, che rischiano di creare difficoltà.

Quello che vedo ripetersi è che la complessità di vivere in due Paesi non viene presa in considerazione finché non ti tocca davvero. Un figlio che deve avere documenti in regola, l’iscrizione all’AIRE che non abbiamo fatto, un immobile da gestire, un divorzio che coinvolge sistemi diversi, beni in altri Stati, un’eredità che blocca tutto. Non abbiamo considerato obblighi previsti dalla legge di due Paesi e ci possiamo trovare in una situazione difficile da superare.

Questo è una lezione anche di vita. Le persone non sbagliano per superficialità, ma perché vivono tra due ordinamenti che non parlano la stessa lingua. Noi interveniamo per accompagnare, informare, proteggere e fare in maniera che il cliente prenda decisioni più lucide, più rapide, più sostenibili nel tempo. La cosa che cambierebbe tutto è organizzazione. Mettere in ordine pratiche e documenti prima che succeda un evento. Tenere in ordine e aggiornare AIRE se mi sono trasferito, se mi sono sposato, se ho avuto un bambino, se mi sono divorziato. Pianificare la gestione del patrimonio, fare un testamento coordinato tra Italia e UK e avere una mappa chiara dei beni per evitare sorprese e blocchi agli eredi. Verificare i contratti prima di firmarli perché se li hai firmati diventa difficile risolvere e magari serve una causa e in Inghilterra i costi sono altissimi. Per questo si utilizza molto la gestione stragiudiziale come la mediazione. E se sei un business, valutare l’assetto societario, fare controlli preventivi. È meglio chiedere un parere all’avvocato e al commercialista prima di fare una cosa, che correre dall’avvocato dopo quando arriva un controllo di HMRC che dice c’è un problema e potrebbe esserci una sanzione

Abbiamo parlato di famiglia, impresa, patrimoni e trasferimenti. Temi diversi, ma con un filo comune che emerge con chiarezza. La complessità non sta solo nelle regole, ma nel rimandare le scelte e nel sottovalutarne l’impatto.

Dall’intervista emerge quanto prevenzione e consapevolezza possano fare la differenza per chi vive tra Italia e Regno Unito e deve gestire decisioni che producono effetti nel tempo e su più fronti.

Grazie a Vania Marinello per averci aiutato a leggere questi passaggi con uno sguardo lucido e umano

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