Dalla Valle dei Re ai social: da duemila anni scriviamo per dire “Io ero qui”

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Molto prima delle storie, dei post e delle geolocalizzazioni, c’era già chi sentiva il bisogno di lasciare una traccia del proprio passaggio. Non con un telefono in mano, ma incidendo un nome nella pietra. È proprio per questo che la scoperta emersa nella Valle dei Re parla così tanto al presente: dentro quelle iscrizioni antiche non c’è solo l’eco di un viaggio lontanissimo, ma un gesto che riconosciamo subito. Dire, in fondo, una cosa semplicissima: io ero qui.

Secondo quanto presentato dagli studiosi Charlotte Schmid e Ingo Strauch, infatti, nella necropoli tebana sono state identificate circa trenta iscrizioni in lingue e scritture dell’India antica, distribuite in sei tombe e databili tra il I e il III secolo d.C., quando l’Egitto era ormai parte del mondo romano. Non si tratta quindi di segni lasciati all’epoca dei faraoni, ma di tracce successive, affidate a un luogo che già allora doveva apparire come uno spazio di memoria, fascino e prestigio.

Luxor, Egitto

Il nome che colpisce di più è quello di Cikai Korran, comparso più volte in diverse tombe, con una formula che gli studiosi hanno tradotto con venne qui e vide. Ed è proprio qui che la notizia smette di essere solo archeologica e diventa profondamente linguistica. Perché quelle parole non sono semplici graffiti: sono un atto di presenza, una microfrase che trasforma il viaggio in testo, una specie di antenato remoto del check-in, della caption, della story da un luogo simbolico.

Il punto più affascinante, allora, non è soltanto che qualcuno arrivò fin lì dall’India, ma come scelse di farsi ricordare. Attraverso una lingua, una scrittura, una formula. Le fonti parlano infatti di iscrizioni in più tradizioni linguistiche e grafiche, segno che non ci troviamo davanti a una presenza uniforme, ma a un piccolo mosaico di identità, provenienze e modi di scrivere. In questo senso la Valle dei Re appare non solo come sito funerario, ma come crocevia di lingue, alfabeti e sguardi.

Tempio funerario di Hatshepsut

E qui il legame con l’oggi diventa fortissimo. Oggi lasciamo una traccia con una foto, un commento, una posizione condivisa. Ieri si incideva un nome su una parete. Naturalmente cambiano il mezzo, il contesto, persino l’idea di pubblico, ma resta identica la spinta di fondo: strappare il proprio passaggio all’oblio, dire che quel luogo è entrato nella nostra esperienza, trasformare una presenza in memoria.

In fondo, è questo che rende la scoperta così viva. Non racconta solo commerci, spostamenti o contatti tra civiltà lontane, pure importanti. Racconta qualcosa di ancora più universale: il bisogno umano di scrivere per esistere un po’ di più, di affidare a poche parole il desiderio di restare. Dalla pietra allo schermo, il gesto cambia forma, ma non perde la sua forza. E forse è proprio questo che la linguistica ci insegna davanti a un nome inciso duemila anni fa…Ogni lingua, anche nella sua formula più minima, è sempre un modo per dire al mondo:

“Guardami, sono passato di qua”.

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