Dal Comune di Roma ai meme: l’origine di “Non c’è trippa per gatti”

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Ci sono modi di dire che usiamo così spesso da dimenticare una domanda fondamentale: da dove arrivano davvero? “Non c’è trippa per gatti”, per esempio, compare quando finiscono i soldi, quando una richiesta viene respinta senza appello o quando la realtà spegne improvvisamente l’entusiasmo. Lo diciamo sorridendo, spesso con ironia, quasi fosse una formula automatica. Eppure, la sua origine racconta una storia molto più concreta, fatta di bilanci pubblici, tagli alle spese e amministrazione cittadina.

Per scoprirla bisogna tornare nella Roma di inizio Novecento guidata, a quel tempo, da Ernesto Nathan, sindaco della capitale tra il 1907 e il 1913. Immaginatelo seduto alla sua scrivania, contornato da documenti di bilancio e fatture di spese troppo alte per essere mantenute in essere.

In tempi di bilancio molte spese vanno decurtate

Lì, tra le stanze del Campidoglio, si racconta che controllando le uscite del Comune, Nathan si imbatté in una spesa destinata all’acquisto di trippa per nutrire i gatti presenti negli uffici pubblici.
E, no. I felini non erano lì per compagnia: servivano a tenere lontani i topi che purtroppo avevano l’abitudine di scorrazzare per i corridoi. Tuttavia, viste le esigenze economiche, quella voce di bilancio fu considerata eliminabile. E così, secondo la versione più nota, accanto al segno di taglio sarebbe comparsa una frase destinata a sopravvivere ben oltre quel documento amministrativo: “Non c’è trippa per gatti”.

Il significato, all’epoca, era diretto: niente sprechi, niente concessioni superflue. In termini più moderni? Le risorse sono limitate, quindi bisogna scegliere cosa sacrificare. Un concetto antico quanto la gestione del denaro, ma sorprendentemente attuale.

Le spese erano molte e a farne le spese furono i gatti…

La parte più curiosa, però, arriva dopo. Perché i modi di dire, proprio come le persone, cambiano ambienti, incontrano nuove generazioni e finiscono per assumere sfumature impreviste. Così quella che nacque come annotazione amministrativa, in termini moderni ha smesso di parlare solo di conti pubblici. Oggi può riferirsi a qualunque desiderio destinato a scontrarsi con la realtà: una vacanza troppo costosa, uno shopping impulsivo, un progetto rimandato.
Mi dispiace, i soldi non ci sono.

E poi ci sono i social, dove il linguaggio accelera e si reinventa continuamente. “E’ inutile che cerchiate di copiarmi: non c’è trippa per gatti.” Oppure: “Sinner agli Internazionali BNL d’Italia? Non c’è trippa per gatti.” In pochi secondi, un’espressione nata oltre cento anni fa diventa meme, battuta, autoironia condivisa. Cambia il tono ed anche il contesto, ma il messaggio arriva forte e chiaro.

Lo sconforto al sol sentire pronunciare la frase…

Forse è proprio questo che colpisce: alcune espressioni non sopravvivono perché vengono custodite con attenzione, ma perché trovano continuamente nuovi luoghi in cui abitare. Dai registri comunali ai commenti sotto un reel, dai documenti amministrativi alle conversazioni quotidiane.

E, allora, viene quasi da chiedersi quante delle frasi che oggi sembrano leggere, temporanee o perfino banali finiranno, tra cento anni, per diventare la storia linguistica di qualcun altro.
Di certo, mi auguro che ai posteri non arrivi l’eco dell’ormai famosa tendenza “Six Seven”.

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