La lingua italiana sta cambiando per colpa dell’IA? Forse la domanda giusta è un’altra…

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Lo abbiamo detto già molte volte: ogni epoca ha avuto la sua rivoluzione linguistica. Prima la stampa, poi la radio, la televisione, internet, i social. Oggi tocca all’intelligenza artificiale. E mentre milioni di persone usano strumenti come ChatGPT o Gemini anche solo per scrivere e-mail, riassumere testi, fare i compiti o scrivere messaggi senza errori grammaticali, nasce una domanda: sono le macchine a parlare come noi, o siamo noi che stiamo iniziando a parlare come le macchine?

A questo proposito, l’Accademia della Crusca (di cui abbiamo parlato la scorsa settimana proprio qui) ha recentemente aperto una riflessione, interrogandosi sul rapporto tra norma linguistica e uso reale della lingua nell’epoca dei testi generati dall’IA.

Chatgpt, applicazione IA diventata opensource da novembre 2022

Ciò che è emerso è particolarmente interessante, perché le lingue non cambiano per imposizione, cambiano perché le persone adottano nuovi modi di esprimersi. Se milioni di persone leggono, copiano e rielaborano ogni giorno testi generati dall’intelligenza artificiale, alcune formule linguistiche iniziano a diffondersi in maniera sempre più rapida. Non perché siano migliori, ma perché diventano così famigliari da sembrarci più naturali. È così che ci ritroviamo a leggere frasi sempre più standardizzate, toni più neutri, costruzioni più ordinate. E non per una regola scritta, ma per imitazione.

Questo significa che l’italiano si sta impoverendo?

Secondo linguisti come Massimo Palermo dell’Accademia della Crusca e la linguista statunitense Naomi S. Baron, non necessariamente. Le lingue hanno sempre attraversato fasi di cambiamento legate alle innovazioni tecnologiche e culturali. Eppure, la lingua non è scomparsa ma si è trasformata.

Ormai dietro a molti testi vi è la mano invisibile dell’IA

Sia chiaro: il problema non è l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in sé, che può essere uno strumento utile e persino prezioso in molti contesti.
Il rischio dell’utilizzo dell’AI, piuttosto, è che si inizi a scrivere per sua emulazione in maniera troppo perfetta, abbandonando la creatività e – diciamocelo – anche la bellezza di alcune imperfezioni.

Se tutto sarà perfetto non avremo più parole come “petaloso” a farci sorridere, ma solo enormi quantitativi di testi immacolati ma freddi, esaustivi ma poco umani. Ecco, è proprio questo il punto, o forse è proprio questa la vera domanda che ci dovremmo porre: siamo disposti a perdere la nostra umanità in cambio di un tema senza errori di ortografia?

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