Ci sono parole che usiamo così spesso da diventare invisibili. Ciao è una di queste.
La diciamo entrando in un negozio, rispondendo al telefono, salutando un amico per strada o chiudendo una chat. La pronunciamo decine di volte al giorno senza dedicarle un pensiero. Eppure, se qualcuno ci chiedesse da dove viene, probabilmente resteremmo in silenzio per qualche secondo.
Perché la storia di ciao è una di quelle che sembrano inventate.
Immaginate Venezia qualche secolo fa. Le calli affollate, le botteghe, i mercanti che discutono tra loro. In quel mondo si usava una formula di cortesia che oggi suona decisamente insolita: s-ciavo vostro.
Letteralmente? “Vostro schiavo.”
No, non è uno scherzo.

Naturalmente chi pronunciava quelle parole non stava dichiarando di essere davvero uno schiavo. Era un modo molto formale per esprimere rispetto e disponibilità verso l’interlocutore, un po’ come quando nelle lettere di una volta si leggeva “suo umilissimo servitore”.
Ma la cosa interessante arriva adesso…
Con il passare del tempo l’espressione si accorciò. Prima scomparve vostro. Poi il significato originario iniziò a sbiadire. Alla fine, rimase soltanto una piccola traccia di quella formula: s-ciào.
E da lì nacque il nostro ciao.
La parte più affascinante della vicenda è che la parola ha compiuto un viaggio quasi opposto rispetto alle sue origini. Nata come espressione di deferenza, è diventata il saluto dell’uguaglianza.
Quando diciamo buongiorno, manteniamo una certa distanza. Quando diciamo ciao, invece, la distanza si accorcia immediatamente. È una parola che mette le persone sullo stesso piano, che crea familiarità, che abbatte le formalità. In altre parole, una parola nata per abbassarsi davanti a qualcuno è finita per avvicinare le persone.

Non capita spesso, ed è forse anche per questo che ciao ha avuto così tanto successo. È breve, facile da pronunciare, immediata. Non augura nulla, non richiede formule particolari, non distingue tra saluto d’incontro e saluto d’addio. Fa tutto da sola.
Col tempo ha lasciato Venezia, ha conquistato l’Italia e poi il mondo. Oggi è una delle parole italiane più riconoscibili in assoluto, utilizzata e compresa anche da chi non parla una sola parola della nostra lingua.
Eppure, quasi nessuno conosce la sua origine. Forse perché le parole sono un po’ come le persone: più passa il tempo, più dimenticano da dove sono partite.
Così ogni volta che diciamo ciao stiamo inconsapevolmente riportando in vita una vecchia espressione veneziana che parlava di servitù e rispetto. Solo che, dopo secoli di viaggi e trasformazioni, quella storia è diventata irriconoscibile.
E forse è proprio questo il bello dell’etimologia: scoprire che dietro le parole più comuni si nascondono spesso le storie più sorprendenti. Anche dietro una semplice parola di quattro lettere.

