Che cosa c’entra il DNA con un pallone da calcio? Apparentemente nulla. Eppure, la FIFA ha scelto proprio DNA (More Than A Game) come titolo dell’inno ufficiale dei Mondiali 2026. Una scelta che sembra parlare di musica e sport, ma che in realtà racconta qualcosa di molto più interessante: il viaggio di una parola dalla biologia al linguaggio di tutti i giorni.
Infatti, il DNA è la molecola che contiene le informazioni genetiche degli esseri viventi. Per decenni è stato un termine riservato alla scienza. Oggi, invece, lo ritroviamo ovunque. Diciamo che l’innovazione è «nel DNA» di un’azienda, che l’ospitalità è «nel DNA» di una città o che l’attacco è «nel DNA» di una squadra. Nessuno pensa ai cromosomi: tutti comprendono che si sta parlando dell’identità più profonda di qualcosa.
Per i linguisti questo fenomeno è un’estensione metaforica, o, nella linguistica cognitiva, una metafora concettuale. Un termine specialistico esce dal proprio ambito e acquisisce un nuovo significato nella lingua comune. È successo anche a parole come virus, rete e navigare, che oggi utilizziamo quotidianamente in contesti molto diversi da quelli in cui sono nate.
È proprio questa evoluzione che la FIFA sfrutta nel titolo dell’inno. Nel ritornello si ascolta: It’s more than just a game, it’s our DNA. Il calcio non viene presentato come un semplice sport, ma come qualcosa che contribuisce a definire chi siamo. In poche parole, entra a far parte della nostra identità.
Anche More Than A Game non è casuale. La struttura inglese «more than…» è una delle formule più efficaci della comunicazione contemporanea: basta aggiungere tre parole per trasformare un’attività in un simbolo. Non significa soltanto «più di un gioco», ma suggerisce che quel gioco rappresenti emozioni, memoria, appartenenza e valori condivisi.
C’è poi un altro dettaglio quasi invisibile. DNA è una sigla praticamente universale: si riconosce immediatamente in moltissime lingue, senza bisogno di traduzione. Anche l’inglese scelto per il sottotitolo è semplice, diretto e privo di espressioni idiomatiche. In un evento seguito da miliardi di persone, ogni parola deve poter attraversare le frontiere linguistiche con il minimo sforzo.
Il confronto con il passato rende la strategia ancora più evidente. Nel 2010 Shakira e i Freshlyground conquistarono il pubblico con Waka Waka (This Time for Africa), affidandosi soprattutto al ritmo e alla forza sonora di un’espressione africana. Nel 2026 gli interpreti di DNA (Andrea Bocelli, David Guetta, Megan Thee Stallion ed EJAE) percorrono la strada opposta: scelgono una parola scientifica che il mondo ha già adottato nel linguaggio quotidiano. Due strategie diverse, accomunate dallo stesso obiettivo: trovare parole capaci di unire culture e lingue differenti.
Forse è questa la curiosità più affascinante. La parola chiave della canzone ufficiale dei Mondiali 2026 non nasce negli stadi né negli studi di registrazione, ma in un laboratorio di biologia. Oggi, però, quella stessa parola è diventata una metafora universale. È la dimostrazione che il linguaggio cambia continuamente e che alcune parole, quando entrano nell’immaginario collettivo, riescono a raccontare il mondo molto meglio del loro significato originario.

